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La Ferrari Luce e il rischio di confondere innovazione e identità

Non sono solito scrivere articoli dove la soggettività è sovrana.

Di solito provo a stare sui fatti. Processi, aziende, supply chain, procurement, AI, organizzazioni. Cose che puoi osservare, misurare, discutere senza trasformare tutto in gusto personale.

Però ogni tanto arriva un oggetto che non è solo un oggetto.

E quando quell'oggetto ha sopra il Cavallino, diventa difficile far finta che sia solo una macchina.

La nuova Ferrari Luce non mi convince.

Lo dico sapendo benissimo che potrei sbagliarmi. Che magari tra qualche anno la guarderemo come l'inizio coraggioso di una nuova epoca. Che forse oggi siamo solo dentro quella fase strana in cui l'innovazione arriva prima del nostro gusto, e il gusto deve rincorrerla.

Può essere.

Ma la prima sensazione è questa: non mi sembra una Ferrari.

Non perché sia elettrica. Questo sarebbe un ragionamento pigro. Ferrari ha sempre innovato, ha sempre spinto più avanti il limite, ha sempre usato la tecnologia non come decorazione ma come linguaggio. Pensare che Ferrari debba restare uguale a se stessa per essere Ferrari significa non aver capito Ferrari.

Il problema, almeno per me, non è il motore.

È il carattere.

La Luce sembra voler spiegare troppo il futuro. Sembra nata con l'ansia di dimostrare che Ferrari può cambiare. Ma Ferrari, nella sua storia migliore, non ha mai avuto bisogno di dimostrare nulla. Arrivava. Faceva rumore. Divideva. Faceva discutere. Però restava immediatamente dentro un immaginario preciso.

Qui invece faccio più fatica.

So che dietro c'è Jony Ive, insieme a Marc Newson e LoveFrom. E qui bisogna essere onesti: parliamo di persone che hanno disegnato oggetti meravigliosi. Oggetti che hanno cambiato il modo in cui tocchiamo la tecnologia, la portiamo in tasca, la guardiamo su una scrivania, la usiamo ogni giorno senza quasi accorgercene.

Non è un tema di talento. Sarebbe ridicolo metterlo in dubbio.

Il punto è un altro: un design può essere bellissimo e comunque non appartenere davvero a un marchio.

Ci sono linee che funzionano su un telefono, su un computer, su un oggetto domestico, su un dispositivo tecnologico pensato per sparire nella vita quotidiana. Ferrari, invece, non è mai stata un oggetto che sparisce. È l'opposto. È presenza. È tensione. È una promessa un po' irrazionale.

Una Ferrari non deve solo essere bella. Deve sembrare necessaria anche quando non serve a niente.

E forse è proprio questo che mi manca nella Luce.

Mi manca quella parte inutile, esagerata, quasi infantile, che ha sempre reso Ferrari più grande della sua scheda tecnica. Mi manca il fatto che una Ferrari, prima ancora di accelerare, dovrebbe già disturbarti un po'. Dovrebbe avere qualcosa che non chiede permesso.

Poi ho letto le parole di Benedetto Vigna. Il ragionamento, semplificando, è questo: se cambia la tecnologia, deve cambiare anche il design. E per spiegarlo usa l'immagine del televisore a tubo catodico con un visore LED appiccicato sopra.

Capisco cosa vuole dire.

Ma secondo me il paragone è fuori posto.

Ferrari non può essere paragonata a un televisore.

Non può essere paragonata a una radio.

E, se vogliamo dirla tutta, non può essere paragonata nemmeno a un'automobile normale.

Ferrari è una di quelle pochissime aziende che hanno smesso da tempo di vendere solo il prodotto. Vendono una memoria. Un'idea. Un rumore, anche quando il rumore non c'è più. Vendono un modo di stare dentro la storia industriale italiana senza chiedere scusa per l'eccesso.

E allora sì, il design deve sostenere la tecnologia. Ma deve sostenere anche qualcosa di più fragile: l'identità.

Perché l'identità non è il logo. Non è il colore rosso. Non è mettere due richiami al passato e pensare di aver risolto il problema. L'identità è quel filo sottile che ti fa riconoscere una cosa anche quando cambia forma.

Quando quel filo si assottiglia troppo, puoi avere tutta la tecnologia che vuoi. Ma resta un dubbio.

È ancora evoluzione, o è traduzione in un'altra lingua?

Non ho una risposta definitiva. E forse non serve averla adesso. La Luce andrà vista, guidata, capita meglio. Magari dal vivo avrà una presenza diversa. Magari quello che oggi sembra freddo domani sembrerà inevitabile.

Però una cosa mi sembra chiara: quando tocchi un mito non basta dire che il mondo è cambiato.

Il mondo cambia sempre.

I miti resistono solo se riescono a cambiare senza diventare qualcos'altro.

E Ferrari, più di quasi tutti gli altri brand, non può permettersi di sembrare semplicemente moderna.

Deve sembrare Ferrari.


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